

il comitato
Clara Sereni si è imposta all’attenzione della critica e del pubblico con il libro d’esordio, Sigma Epsilon (1974), rivisitazione in chiave autobiografica del frenetico impegno politico che aveva caratterizzato la sua generazione.
La sua seconda opera, Casalinghitudine, scritta tredici anni più tardi (1987), è una specie di “ricettario” in cui ogni piatto è legato a un momento particolare del proprio passato, a un ricordo incancellabile. La sua fama si accrebbe poi con i racconti di Manicomio primavera (1989), con il romanzo Il gioco dei regni (1993) e con Eppure.
Il suo impegno è rivolto non solo alla letteratura, ma anche al sociale e nel campo politico. Nel capoluogo umbro, infatti, è stata vicesindaco, con Delega alle Politiche Sociali, dal 1995 al 1997. Nel 1998, soprattutto a seguito di una vicenda familiare (il figlio Matteo è psicotico dalla nascita), ha promosso la Fondazione Città del Sole ONLUS - di cui riveste è presidente - impegnata prevalentemente a favore delle persone con disabilità psichica e mentale gravi e medio-grave.
È editorialista per i quotidiani «l’Unità» e «il manifesto», ha tradotto e curato opere di Balzac, Stendhal, Madame de La Fayette. In Taccuino di un’ultimista (1998), ha raccolto alcuni dei suoi interventi per quotidiani e convegni.
Nel 2004 ha partecipato al film documentario girato dal marito Stefano Rulli, dal titolo Un silenzio particolare, sull’esperienza di vita con il loro figlio Matteo, anche lui protagonista del film.
Ha partecipato, infine, ai volumi collettivi Mi riguarda (1994), Si può! (1996) e Amore caro (2009).
Perché ha accettato di far parte del Comitato d’Onore di Sapete come mi trattano?, il concorso lanciato dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)?
«Ben vengano tutte le occasioni che portano in luce aspetti di cui, per pigrizia egoistica dei più, si parla male e troppo poco. Su troppi aspetti della realtà il nostro Paese volta gli occhi, non guarda, non vede, non vuol sapere. Vale per i disabili, ma anche per i migranti, gi anziani, i disoccupati: come fossero questioni che riguardano “gli altri”, cose che non ci toccano. Questa è una reazione di difesa e, soprattutto, di paura, che si fa più dura e irrazionale con il procedere della crisi - economica ma anche morale - che ci attraversa. Una reazione di cecità che va contrastata in tutti i modi possibili: seppellire i problemi sotto il tappeto vuol dire soltanto renderli più gravi e più difficili da risolvere».
Pensa che sia giusto chiamare Sapete come mi trattano? un concorso che intende dare visibilità alle discriminazioni quotidiane nei confronti delle persone con disabilità?
«Condivido decisamente lo slogan. Proprio perché in tanti non vogliono sapere. Il nostro Paese è largamente pervaso da una rabbia cieca verso tutte le fragilità, una rabbia che impedisce perfino la carità - spesso pelosa - che talvolta metteva riparo a qualche emergenza.
Penso al caso della scuola materna di Adro (Brescia), ma penso anche a quel disabile che fu fatto scendere dal treno perché aveva i soldi per il biglietto che non aveva fatto in tempo ad acquistare a terra, insufficienti però per la multa. Lo fecero scendere dal treno, anche insultandolo: fare il biglietto in treno costa 8 euro in più, ma a nessuno – nemmeno a chi denunciò il fatto - venne in mente di fare una colletta».
Crede che iniziative come queste possano servire a cambiare la situazione?
«Penso di sì, ma con la consapevolezza amara che si tratta di un granellino di sabbia in un meccanismo oliato ogni giorno da chi si ritiene indenne e superiore. All’handicap, ma più generalmente all’infelicità, che è cosa che prima o poi, per quanto ricchi e potenti si possa essere, ci raggiunge tutti».