Fish Onlus - Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap
Sapete come mi trattano?

il comitato

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Massimo Bucchi: la follia della discriminazione

Massimo BucchiMassimo Bucchi vive e lavora a Roma. Ha collaborato come cronista all’«Avanti!» in gioventù, per poi seguire studi di Storia dell’Arte. Ha poi lavorato come grafico in uno studio privato, per diventare in seguito art director del Dipartimento Grafico del Gruppo IRI.

Si è occupato di grafica editoriale per Mondadori e più tardi per Giunti. Nel 1976 – dunque sin dai tempi della fondazione del quotidiano – ha incominciato a lavorare per «la Repubblica», dove, nella rubrica La finestra sul cortile, appaiono quasi quotidianamente le sue vignette satiriche, autentici collage composti da frammenti di immagini, ritagli di fotografie e brevi frasi scritte a macchina. Ha vinto due Premi Forte dei Marmi per la satira politica.

Perché ha accettato di far parte del Comitato d’Onore di Sapete come mi trattano?, il concorso lanciato dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)?

La barriera siamo noi - Massimo Bucchi per Sapete come mi trattano?«Il problema è che la mia ingenuità – coltivata per altro da me con estrema cura – mi fa apparire semplicemente “folle” qualsiasi discriminazione fra gli esseri umani. Nel caso delle disabilità, poi, assistiamo spesso a un fatto incredibile, un fatto limite, cioè quello di una sorta di inconscio razzismo individuale. Non legato a etnie, non legato a classi sociali o differenze economiche (non che se questi pretesti venissero utilizzati sarebbero più accettabili). È il rifiuto puro e silenzioso dell’altro, ignorato per il solo fatto che forse si teme di essere coinvolti in qualche tipo di impegno, di solidarietà, di non voluta responsabilità. È quindi un razzismo timoroso e pieno di sottili sensi di colpa, ai limiti della rimozione, che sostituisce l’aggressione con la fuga».

Pensa che sia giusto chiamare Sapete come mi trattano? un concorso che intende dare visibilità alle discriminazioni quotidiane nei confronti delle persone con disabilità?

«Il titolo secondo me va bene, come un tentativo e un inizio di sensibilizzazione più profonda. Ma oltre agli ostacoli di carattere sociale e materiale, lavorerei anche (certo non conflittualmente) sui piani di “Sapete come mi state rubando la vita?”, “Sapete i significati che mi negate?”, “Sapete quanto decisiva sia la parte di voi stessi che gettate via respingendomi?”. Muoversi cioè verso una maggior responsabilizzazione degli altri. Dovranno alla fine farsi qualche domanda».

Crede che iniziative come queste possano servire a cambiare la situazione?

«Credo che sia fondamentale parlarne, per tenere alta l’attenzione e risolvere con l’aiuto di tutti le situazioni concrete. Un vero impegno etico. E non è poco in tempi che sono quelli che sono. Occorrerà poi sollecitare non tanto qualche altra forma di compassione quanto l’aspetto dei diritti, che nessuna crisi dev’essere in grado di comprimere, visto che siamo di fronte sì a un fatto sociale, ma che investe le radici stesse dell’esperienza umana».